sali d’argento e gel medio su stucco
L’opera è stata realizzata durante la residenza Falìa nella valle di Lozio.
Ispirandosi al proverbio camuno: “Zò de vài, de dòs, nò ssè mài a Lòh” (giù per le valli, su per i dossi, non s’arriva mai a Lozio), l’opera gioca sulla contraddizione tra il detto popolare e il destino dell’anima della guardia, personaggio di una leggenda del paese, che non può lasciare Lozio ed è costretta a vegliare in eterno.
Prendendo ispirazione appunto da questa figura costretta a vagare per l’eternità tra le rovine del castello per pagare il suo errore, l’opera consiste nella costruzione di un’armatura da cavaliere, che ricorda quelle indossate dai soldati guelfi che presiedevano il castello di Lozio sotto lo stemma della famiglia Nobili. Ogni parte di questa armatura è stata fotoincisa con delle immagini del paese e dei suoi abitanti nelle varie epoche, raccolte indagando sui libri e negli album fotografici della gente del posto: l’armatura così rappresenta la sua permanenza a Lozio attraverso gli anni e la sua visione su questi luoghi. Il cavaliere, attraverso l’armatura distesa immobile e senza vita su di un tavolo, diventa così testimone e simbolo della disfatta dei guelfi, ma allo stesso tempo incarna l’evoluzione del paese nel corso dei secoli. l’installazione rimane, inoltre, cristallizzata come in un finto ritrovamento archeologico, sospeso tra passato, presente e futuro: l’armatura è posizionata su un lungo tavolo e tutte le sue parti sono smontate e disposte ordinatamente una di fianco all’altra, alcune perdute per sempre, altre già scritte e altre ancora da scrivere.
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