ottone cromato
In collaborazione con Cesare Patanè.
Nell’eterna lotta tra disperazione e speranza si fa largo il riflesso del presente, la meraviglia dell’attimo e dell’inevitabile trasformazione, permettendo all’uomo di accrescersi indefinitamente. L’assenza diventa essenza e rimanda a una forte presenza che non è più un ricordo ma il contenitore del nostro incanto; dove ognuno, a modo suo, conserva ciò che deve amare nella natura o in se stessi. E se questo specchio obbedisce alle manifestazioni della natura non possiamo che riporre in esso la nostra fiducia e obbedire alla sua materia. Qui, nella bellezza di Castel Sant’Elmo, dissipata dal tempo, nasce l’opera Mono No Aware: costituita da superfici di varie dimensioni collocate in diversi punti del castello che vanno a sostituirsi agli elementi mancanti della struttura corrosi dai fenomeni naturali. Il risultato appare come liquido, in qualche modo organico, proprio per il suo adattarsi in modo spontaneo alle forme che lo ospitano. Individuando un elemento dell’installazione si può notare ciò che viene riflesso dalla sua superficie cromata, deformato dalla sagoma e dall’immaginazione. Forme che non si sostituiscono ad altre, che non imitano le origini, e già svuotate della propria memoria per lasciare uno spazio di potenzialità. Per trovare il significato del concetto estetico giapponese Mono No Aware è necessario immergerci nel fascino che lo avvolge. Esso esprime un sentimento di profonda partecipazione emotiva nei confronti dell’esistenza e della natura. L’ammirazione si concentra nello specifico sul “passeggero”, come il trasporto emotivo per la nascita di un fiore e la consapevolezza della sua fugacità. È la contemplazione nostalgica per l’incessante mutamento dei soggetti naturali e deriva dall’unione delle parole Mono (cose) e Aware (compassione, tristezza, meraviglia), ma possiamo tradurlo realmente soltanto quando l’osservazione si tradurrà in sentimento. Un sentimento di malinconia che ci fa scoprire la solitudine della bellezza. Dalla natura col suo mutamento e dallo scorrere degli avvenimenti possiamo abbandonarci ad essa e ricavarne un grande insegnamento; utile all’incapacità umana di adattarsi e accogliere eventi fragili, il cambiamento, il distacco o la fine. Quasi un invito ad apprezzare e godere dell’unicità del presente. La consapevolezza della condizione fondamentale di esistenza non è, quindi, motivo di disperazione, ma un invito al presente e alla gratitudine per il tempo che ci viene concesso.
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